Nemmeno per Sogno

Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself.

Obolo

Andirivieni

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domenica, 26 dicembre 2004
Neorealismo.

Oggi sono stato al cinema Bicocca Village Europlex 18 sale. Un luogo post industriale, post moderno, post globale, post tutto. Lì dove prima c’era la Breda e ora ci sono gli Arcimboldi, l'università e le architetture estreme. Un colosso in vetrocemento che odora di nuovo, di Pirelli, di plastica e di futuro. E ho visto una famiglia povera italiana. Da quanto tempo non ne vedete una? La famiglia povera è composta da mamma, papà, bambina di 13 anni, ragazzino sui 15 e zio quarantacinquenne. I membri della F.P. sono tutti obesi, tranne lo zio che è basso e magrissimo. Hanno la carnagione scura e i capelli sporchi. I loro vestiti sono fuori moda e luridi. Come se, da nudi, si fossero cosparsi di colla e gettati in un cassonetto della Caritas portandosi via quello che rimaneva attaccato. Parlano solo in strettissimo dialetto campano-lucano. La bambina ha un fazzoletto a fiori in testa, la madre ha i pantaloni della tuta di felpa, rossi molli e lisi sull’enorme culo budinoso e le finte superga bianco sporco. Lo zio indossa un piumino nero che perde le piume, jeans marroni modello bambino che gli arrivano sopra le caviglie, mocassini con frange, berretto da camallo arancione e barba grigia incolta sulle guance scavate olivastre. Puzza di fumo. Ora, per capirci, se sei ricco la barba incolta fa figo, se sei lo zio della famiglia povera fa povero, e se fumi il fumo ti rimane addosso. La famiglia povera si è concessa un cinema il giorno di santo Stefano: “Eccheccazzo, ci vanno tutti!” ha detto il papà con una botta di dignità contando i soldi sul tavolo da pranzo di formica. Giubilo dei  bambini ciccioni che per la gioia hanno fatto 15 volte di corsa il giro dell’appartamento (32 mq calpestabili). Ora, al cinema, il mio amico e io ci riempiamo un sacchetto di caramelle molli gommose chimiche. Non ne abbiamo veramente voglia, ma il film inizia tra mezz’ora e abbiamo già il biglietto. Poi andiamo alla cassa a pagare 3,70 euro di dolciumi più due coche medie. La cassiera è occupata, sta spiegando alla bambina della F.P. (la quale non dovrebbe mangiare porcherie, visto che è già obesa) che prima si prendono le caramelle, poi si pesano e, a seconda di quante sono, si paga. La bambina le fa vedere una moneta e insiste: “ma io ho solo due euro!”. Il fratello, che la accompagna, scuote la testa e dice: “Siamo proprio dei morti di fame”.  La cassiera si gira verso di noi: “Iniziate a pagare voi, ragazzi, se aspettiamo ‘sti storditi…”. Mi sta venendo il magone, non ero venuto qui a vedere un film neorealista. Prima di entrare in sala io e il mio amico passiamo dalla toilette. Fregandosene di Sirchia e del divieto vigente in tutto il multisala, lo zio della famiglia povera e il nipote quindicenne si spipazzano in fretta due MS davanti agli orinatoi.


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mercoledì, 15 dicembre 2004
Non lasciano l'erba

Alla fine di questo post farete buuh e mi darete del banalotto sentimentale. Pazienza.
Non mi fido di chi si vanta di amare animali e piante più delle persone. Però oggi, se si passa da via Paleocapa, nel centro di Milano, a due passi dal parco Sempione, è difficile che non venga un po’ di magùn. Qui sostano le corriere che portano in città i pendolari. A motore acceso, sostano. L’estate scorsa gli alberi ai lati della via hanno iniziato a mostrare i primi segni di sfinimento da diesel. Oggi è arrivata una squadra di giardinieri, hanno le salopette dello stesso colore dei camici da chirurgo. Potano gli alberi, quelli ormai spacciati li abbattono. Dal balconcino dove si esce a fumare, al settimo piano della megaditta, vedo i mozziconi gialli dei tronchi spuntare dalle aiuole di un metro per un metro scavate nel marciapiede. Al posto delle piante segate ne mettono delle altre, più giovani e disponibili a farsi gasare per i prossimi dieci anni. Normalmente giudico la paccottiglia degli indiani d’America una gran fuffa per fricchettoni, ma controvoglia mi contraddico. Ripenso a un brano che ho letto di recente. Il capo indiano Seattle è stato uno degli ultimi portavoce del Paleolitico. All’incirca nel 1852 il governo americano chiese di comprare le terre delle tribù indiane per i nuovi abitanti degli U.S.A. e Seattle scrisse una meravigliosa lettera di risposta. Eccone due stralci:

“Il Presidente Washington fa sapere che vuole comprare la nostra terra. Ma come puoi comprare o vendere il cielo? E la terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria e la luminosità dell'acqua, come possiamo comprarle? Ogni parte di questa terra e' sacra per la mia gente. Ogni ago di pino luccicante, ogni costa sabbiosa, ogni vapore delle foreste, ogni prato e ogni insetto ronzante sono sacri nel ricordo e nell'esperienza della mia gente. Noi conosciamo la linfa che scorre negli alberi come conosciamo il sangue che scorre nelle nostre vene”

“Se noi vi vendiamo la nostra terra ricordatevi che l’aria ci è preziosa, che l’aria ha il suo spirito in comune con tutta la vita che essa contiene. Il vento che ha dato il primo respiro al nostro avo ha ricevuto anche il suo ultimo sospiro. Il vento ha dato ai nostri figli lo spirito della vita. Se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete proteggerla a venerarla come un luogo dove l’uomo può andare ad assaggiare il sapore del vento reso più dolce dal profumo dei prati.”

Assaggialo te, il sapore del vento in via Paleocapa.


Postato da: nemmeno a 12:16 | link | commenti (5)

lunedì, 13 dicembre 2004
Autarchia

Ho passato tutto il sabato a montare delle mensole svedesi a casa di Macubu, la sera un amico è venuto a cena e abbiamo preparato tortillas messicane, digerite grazie a un buon caffè brasiliano corretto con grappa friulana e seguito da qualche sigaretta con un marchio della Virginia. Domenica, un bel giro nel nuovo negozio di design giapponese nella via di Milano intitolata alla capitale Argentina. Ho fatto merenda con una crepe francese farcita di crema alle nocciole piemontese e accompagnata da un tè English Breakfast. In metrò un signore uscito dalla fiera dell’artigianato portava sottobraccio una maschera africana e si sporcava mangiando un cannolo siciliano, stando attento a non far cadere lo shopper di una panetteria altoatesina dal quale spuntavano due bottiglie di vino cileno. Ho concluso la serata con un film jugoslavo su Raisat Cinema. Oggi, dopo una sana colazione annaffiata con succo di frutta tedesco, sono venuto in ufficio a lavorare sul mio computer disegnato in California e prodotto in Cina, poi mi hanno trascinato al sushi bar giapponese, c'era anche la mia collega coreana, sì, quella che lavora con lo spagnolo. Pomeriggio ho avuto anche un attimo di tempo per verificare, su un sito sudafricano, che in effetti non mi posso permettere delle vacanze in Botswana. Così mi sono consolato con un biscottino cecoslovacco che una collega mi ha portato in regalo da Praga. Da domani, autarchia.


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giovedì, 09 dicembre 2004
Idillio Südtiroler

Il Sellaronda, sciare in cerchio intorno al gruppo Sella in mezzo alle Dolomiti. Selva Gardena, Passo Sella, Passo Pordoi, Arabba, Passo Campolongo, Corvara, Passo Gardena, Selva Gardena. Tra la Val Gardena, la Val di Fassa e l’alta Badia. Con il cielo talmente blu da essere nero, neve fresca e farinosa sul Sasslong e il sole che quando ti fermi a mangiare (canederli, speck, goulash e polenta) rimani solo col golfino.

Alle quattro del pomeriggio paghi 16 euro e ti tuffi nel Mar Dolomiti, sauna, piscine e terme a Ortisei. Bagno turco balsamico, idromassaggio, sauna finlandese, tepidarium con musica e letti ad acqua. E Kelo Sauna: cioè entri in una baita insieme ad altre trenta persone ignude come vermi. Il caposauna butta acqua sul braciere e fa salire la temperatura fino a all’improbabile. Poi inizia a sventolare un asciugamano scagliandoti addosso camionate di aria rovente. E sotto,ancora acqua. Anche se è pieno di crucche strepitose vestite solo della propria pelle, il tuo pistolino non ha la minima reazione perché è troppo occupato a lessarsi. 12 minuti. Poi, un attimo prima che la saliva in bocca raggiunga il punto di ebollizione, proprio quando inizi a considerare la morte con benevolenza, l’aguzzino si ferma e apre la porta. Tutti fuori, sempre nudi e fumanti, nella neve. Ci vogliono venti minuti all’aperto a meno 5 prima di cominciare ad avvertire un po’ di freschino. Ti senti un dio del walalla.

La sera, infatuarti banalmente e perdutamente della barista del caffè Adler di Ortisei che “dietro il banco mescolava birra chiara e Seven Up” come nella canzone di Guccini, andartene prima di chiederle pateticamente “non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?” come nella canzone di Guccini. Ma, a differenza della canzone di Guccini, ritrovartela nel bar successivo, che lei frequenta dopo aver chiuso il proprio, e in quello dopo ancora. Praticamente non la perdi d’occhio dalle 10 di sera alle 3 di notte. Ah…. forse è Amore. Le scriverò: “Barista Bella, C/O Caffè Adler, Ortisei, BZ”. Qualcuno la conosce?


Postato da: nemmeno a 10:23 | link | commenti (3)

venerdì, 03 dicembre 2004
Südsempioner

Milano è senza fiumi e si inventa i navigli. E’ senza laghi e si inventa l’idroscalo. E’ senza mare e si inventa il Lido di Piazzale Lotto (dove, negli anni 30, c’era la sabbia e anche una macchina per le onde) e poi la spiaggia all’Arco della Pace. E’ senza montagne e nel Parco Sempione ti mettono la pista da sci sintetica, la grande baita di abete, il pattinaggio su ghiaccio, i panini salamella e cipolla e il vinbrulé. Dice: si ma è kitsch, dice: sì ma è finto, dice: sì ma fa tristezza. E invece a me questo inventarsi la geografia che non c’è e costruirla con il Lego mi sta simpatico. E tra un’ora son già lì con salamella, birra e strüdel tirolese.
A proposito, un libro che mi è piaciuto: Milano non è Milano. Di Aldo Nove, Edizioni Laterza (Contromano).


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giovedì, 02 dicembre 2004
Sono un po' confuso

Ieri giornata dell’AIDS. Alla sciura della reception è caduto un dente. Per mezz’ora ha emanato nell’ultrasuono lamentandosi e facendo venire voglia a tutti di spaccargli anche gli altri. Stanotte ho sognato che mi cadeva un canino. Dicono che sia il sogno peggiore possibile, che profetizzi disgrazie inenarrabili. Ieri, a pranzo, con i colleghi/amici, la mia compagnuccia di stanza e lavoro rilevava che non facciamo più i pranzi di una volta, siamo ombrosi, irritabili, cupi, contagiati da un clima globale che, diceva la mia socia, “non va”. I cinema e gli schermi della TV sono pieni di fantasia e fantascienza, di donni darki, incredibili, uomini senza sonni, heroes, capitani futuri, Giuliano Ferrara alle ottoemmezzo era alle prese con un regista di documentari ucraino che si ostinava a voler parlare in italiano dicendo cose tipo “tu mi fai buona duomanda, ma io vuoglio dirti che pienso che ucraina, immenso paese variegata puovertà non essere buona influenza di Russia, come favola di maiale, tu sai favola di maiale raccuontata di contadino ucraino che nuon era vuero contadino ma puoeta. Chi può mettere sua muano su fuoco?” Imbarazzante. Poi dopo c’era Angels in America, Emma Thompson che fa l’angelo con ali e tutto, si tromba con le sue 8 vagine un omosessuale malato di AIDS e gli dice che Dio, contagiato dalla smania di muoversi dell’umanità, è partito per un viaggio mollando i bianchi pennuti ermafroditi nel pallosissimo paradiso immobile. Macubu dall’Algeria mi manda un messaggino (cortocircuito: sms+Algeria+amico+madrigali del ‘400): “qui fa caldo, sembra estate”. Su Grazia (!) leggo che tra le cause più comuni del singhiozzo, ci sono l'ictus e la trombosi al cervello. Sono un po’ confuso, domani sera me ne vado a sciare per quattro giorni. Ma voi non siete confusi? uaccminà!


Postato da: nemmeno a 10:06 | link | commenti (3)

 

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